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COW-T 6 || The Clash of the Writing Titans

Dato che sono una persona con palesi problemi organizzativi e praticamente ci metto più a pubblicare che a scrivere, nei commenti trovate i fill scritti per il sesto Cow-T che ancora non hanno collocazione su EFP o su AO3 o vattelapesca /o/
Prometto specchietti introduttivi pre-fic. Lo giuro. :D

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kuruccha
Feb. 14th, 2016 11:12 am (UTC)
Prompt: Terza settimana | Lezione settimanale | Scossa
Fandom: Originale | Mame
Titolo: That's amore
Wordcount: 869
Avvertimenti: L'eredità!AU (sì, il programma con Carlo Conti)
Note: Il Mame e tutti gli altri personaggi che appaiono sono gli stessi di Forme di vita intelligenti. Estesi riferimenti a Eh, Luca?. Lo so, sono pessima.



«Ussignur par carità, ‘speta un momento!»
«Mi spiace, non c’è nessuna opzione che dice così» risponde Silvana Polare, un gran sorriso stampato in volto. Dopo qualche secondo di immobilità, come riscuotendosi, trema leggermente facendo sobbalzare l’abbondante davanzale. «Però magari la scossa possiamo dargliela lo stesso, eh, Dean?»
Dean - camicia sbottonata, pelle lampadata per l’occasione - alza gli occhi al cielo. «No, Silvana, quello del signor Armando era solo un commento.»
«Il tempo sta per scadere, però, Armando» interviene Jim, fissando lo schermo elettronico sulla cui cima capeggia la domanda di quel turno: Qual è il cibo preferito di Luca, eh?. «Ci dia la sua risposta.»
«Il kebab» dice quello, e dall’espressione sul suo volto persino il pubblico da casa capisce che la sua scelta dev’essere stata del tutto casuale.
«Beh, in effetti il kebab non è mai piaciuto nemmeno a me» commenta Silvana Polare, e di nuovo il suo seno sobbalza al ritmo delle risate.
Jim la fulmina con un’occhiataccia; a quel programma oramai manca solo che la presentatrice diventata valletta si metta a spoilerare le risposte distruggendo la suspense.
«Calma. Respira» gli dice Dean, e poi prende le redini della conduzione. «E allora, Armando… Scossa?»
Nello schermo con cambia niente.
«Ho detto… Scossa?»
Finalmente la regia sembra darsi una mossa, e la luce del riquadro della risposta si spegne; l’ipotesi di Armando è corretta, il turno procede.
«Bene, signor Mame, rimangono solo altre due scelte» interviene Jim, rivolgendosi verso l’altro concorrente. Mame lo fissa dalla sua postazione, gli occhietti neri che brillano sotto i riflettori anche se le pupille rimangono fisse. Jim non può fare a meno di rabbrividire. «Le ripeto ancora una volta la domanda. Qual è il cibo preferito di Luca, eh?»
Mame rimane immobile.
«Signor Mame» lo richiama Dean. «Signor Mame?»
«Mame sta pensando» risponde quello. Lo sussurra senza nemmeno muovere la bocca. «Con uno dei suoi tre cervelli, per lo meno» aggiunge poi. D’improvviso i suoi occhi puntano verso Silvana Polare. «Gli altri due sono occupati nello studio di altre rotondità.»
Silvana emette uno dei suoi risolini studiati. «Lei è sempre così intelligente, Signor Mame»
«Certo, ma il tempo stringe, e noi dobbiamo dare la linea al tiggì. Analizzi bene le varie opzioni, per favore!»


Edited at 2016-02-14 11:13 am (UTC)
kuruccha
Feb. 14th, 2016 11:13 am (UTC)
L’alieno si volta - o forse striscia sul posto, o magari scivola, non è chiaro - verso lo schermo elettronico, e di nuovo rimane immobile per un tempo che sembra lungo quanto l’eternità.
«Signor Mame, ha forse bisogno di aiuto?» interviene Silvana, avvicinandosi alla sua postazione. Lo sguardo dell’alieno rimane fisso sull’LCD, ma il suo corpo si muove autonomamente di lato fino a posarsi sul seno della valletta-ex-conduttrice, che di tutta risposta ridacchia. La sua concentrazione è immutabile.
«Mame» dice alla fine, quando già i credits scorrono in sovraimpressione, «Non conosce la risposta.»
«Ma come, quella con Cristina è la love story del millennio! Possiamo dargli un aiutino?» insiste Silvana, già pronta con lo smartphone alla mano per darsi alla ricerca su Google.
«Ehi, non vale, a me non è stato mica proposto nessun aiuto, osti» protesta Armando.
«Perdona la nostra Silvana, Armando» gli risponde Jim. «In fondo è solo molto innamorata. E lo sappiamo che è scorretto perché lavora nella trasmissione, ma non possiamo certo mettere limiti all’amore!»
Un boato si alza dal pubblico; all’improvviso appaiono striscioni su cui è scritto Mame/Silvana OTP 4EVAH. La telecamera zooma sul volto piangente di una shipper.
«Ma torniamo a noi, Signor Mame. Le ipotesi rimaste sono due: La pizza ai peperoni e La torta sette vasetti
«Mame è in difficoltà» ribadisce l’alieno. «Mame ama ogni cosa rotonda. Gnam.» Silvana Polare lo stringe più forte contro il seno, sussurrandogli dolci parole all’orecchio.
«Il tempo stringe, eh, Signor Mame? Per quarantacinque mila euro, qual è la sua risposta?»
L’alieno di nuovo rimane immobile. I credits hanno ormai finito di correre a bordo schermo.
Poi, dal nulla, s’alza una voce sottile.
«When the moon hits your eye» canta, sussurrando piano le parole. «Like a big pizza pie, that’s amoreeeh.»
Al sentire quella melodia il pubblico rimane attonito. I cuori degli spettatori battono all’unisono. Alcune signore di mezz’età in prima fila affondano il naso nei fazzoletti.
«Mame conosce la risposta» dice la voce di Mame, scivolando naturalmente dalla canzone alle parole. «Se la pizza è il vero amore, allora Mame sceglie la pizza ai peperoni.»
«E allora… scossa!»
«Signor Mame, ma se la pizza è la risposta non avrebbe dovuto scegliere l’altra opzione?» chiede ingenuamente Silvana.
Lo schermo si illumina; il quadrato la pizza ai peperoni si spegne. La risposta esatta, La torta sette vasetti, capeggia a pieno schermo. Spettatori e telespettatori esplodono in un boato; Silvana Polare salta dalla gioia, e una tetta quasi scappa dalla scollatura, ma sotto la pioggia di coriandoli colorati Mame rimane immobile.
«Cristina» bisbiglia. Lontano dalle rotondità di Silvana gli riesce più facile pensare, e il verde delle sue guance si tinge di un rossore inedito. «Mame vorrebbe conoscerla.»
That’s amore, canta ancora il suo cuore.


Edited at 2016-02-14 11:14 am (UTC)
kuruccha
Feb. 20th, 2016 02:31 pm (UTC)
Prompt: Notte Bianca #22 | TLOK, Mako/Korra, Modern!AU
Fandom: The Legend of Korra
Titolo: Con il caffè
Wordcount: 604
Avvertimenti: AU
Note: Questa fic è il seguito diretto del botta-e-risposta di fic Makorra nel coffeeshop!AU che si trova qui. Non sono sicura che sia comprensibilissima senza conoscere i pezzi precedenti, mea culpa!



«È stato Bolin a sostituirti alla caffetteria,» dice Mako, afferrando meglio i manici della borsetta di carta. Non gli è chiaro come possa non essersi ancora strappata sul fondo, visto il gran peso dei regali che Korra ci ha stipato dentro. «Vero o falso?»
«Vero,» risponde lei, e annuendo affonda il naso nel bicchierone del caffè della concorrenza. Lo spionaggio è una delle arti del mestiere, almeno secondo il suo capo, e lei fa del suo meglio per dargli soddisfazione. «Mh, qua dentro hanno messo qualcosa di strano. Vero o falso?»
Mako allunga il collo verso di lei, accorgendosi troppo tardi che forse tentare di bere dal suo bicchiere non è la più educata delle mosse; sta per aprire la bocca e scusarsi quando Korra gli sorride e gli porge l’altro beccuccio del coperchio, quello che non ha ancora toccato.
«Allora?» chiede, ascoltandolo schioccare la lingua contro il palato. «Vero o falso?»
Mako non sa bene come siano finiti a fare quel gioco, né perché lo stiano ancora portando avanti; a ben vedere, però, non sa nemmeno perché stiano ancora vagando per la città, visto che Korra ha finito di sbrigare le sue commissioni da almeno un paio d’ore. «Falso. È solo un mix diverso di arabica. Con una buona percentuale di robusta, direi.»
Korra non sembra soddisfatta della risposta; prende un altro sorso di caffè. «Ma come li distingui?»
«Trucchi del mestiere» le risponde. È vero solo in parte, ma bluffare gli riesce bene.
«Io dico che c’è del caramello.»
«No. Ginseng, piuttosto, ma solo una traccia»
Korra fissa il bicchiere. «Bah,» conclude, «Il nostro è comunque più buono.»
«Ricordati di dirlo anche al capo.»
«Ecco, a questo proposito...» attacca lei, ad occhi bassi.
«Non ti ha licenziata, vero?»
«No, no! Falso!»
La vede gesticolare e il caffè vola dappertutto, scappando dai fori nel coperchio per finire sul cappotto di Korra, sul marciapiede, contro la vetrina del negozio di scarpe lì accanto e chissà dove altro. Il disastro è tale che per un attimo Mako si scorda perfino di cercare in tasca un fazzoletto di carta e rimane immobile a calcolare i danni.
«Ops» commenta solamente lei. «Meglio che vada dentro a chiedere scusa.»
«Ti accompagno.»
«No, lascia stare, figurati» gli risponde, evasiva, allungando la mano per riprendersi la borsetta di carta. «Avrai un sacco da studiare. Non voglio farti perdere tempo qui a lavare i vetri.»
Korra non ha tutti i torti; quel tempo trascorso a girovagare in città ha già alterato la sua tabella di marcia, e Mako sa già che si ritroverà a fare le ore piccole per recuperare le tavole di design. Mollarla lì in una situazione del genere non gli sembra affatto educato, però.
Le basta il tempo di quelle elucubrazioni per sparire dietro la porta del negozio. «Non ti crucciare, sul serio» la sente dire, e la vede sparire oltre la soglia. «Ci vediamo presto!»
E così rimane immobile di fronte alla vetrina, con le braccia ciondoloni, senza poter controbattere. Controlla il cellulare - solo un messaggio di Bolin, È stato gran-dio-so, non sapevo che lavorare in un locale fosse così divertente - e gira i tacchi per tornare verso casa.
«Mako!» lo richiama una voce. È quella di Korra, ovviamente; è affacciata dalla porta del negozio. «Riguardo il capo, per il discorso di prima. Mi ha detto che ora che Wei se n’è andata ci sono delle ore scoperte nel primo turno. Magari ti interessa.»
Scompare di nuovo ancor prima che Mako possa risponderle, ma la notizia lo rende ben più felice di quanto lui stesso si aspettasse. «Vero» dice, tra sé e sé, e sorride.
kuruccha
Feb. 20th, 2016 02:35 pm (UTC)
Prompt: Notte Bianca #22 | Notte stellata
Fandom: Black Lagoon
Titolo: Stelle nascoste
Wordcount: 858
Note: Ambientata durante le prime puntate della serie.



Le tre del mattino sono l’ora peggiore per essere svegli, e lo sono ancor di più se ci si trova nel freddo delle correnti d’aria del Mare Cinese. I giorni d’estate a quella latitudine sono un susseguirsi di temperature in crescita, così alte che la vernice salmastra della Torpedo si scioglie sopra il metallo bollente e si trasforma in un amalgama appiccicoso di grigio asfalto e bianco salmastro. Le notti, d’altro canto, sono l’esatto opposto; ai gradi celsius in picchiata si aggiunge il vento umido che soffia da nord-est, diretto chissà dove.
Dal calar del sole in poi Benny ha fatto procedere la barca a velocità sostenuta. I clienti non hanno imposto alla Lagoon Company tempi troppo stretti per la consegna di quella merce, ma Dutch ha insistito nel dire che prima se ne liberano meglio sarà per tutti; Rock non vede nessuna ragione per obiettare, tantopiù che in quella missione il suo ruolo è, tutto sommato, quello di semplice passeggero. Ora che è notte, però, la velocità della barca è di nuovo ridotta; il motore emette un ronzio costante, senza alti né bassi, segno che Benny deve aver impostato il pilota automatico per concedersi un paio d’ore di sonno tranquillo. Rock si accende una sigaretta e magari potrei dargli il cambio, pensa, e tira la prima boccata salendo in coperta.
«Ah, sei tu» gli dice una voce appena arriva a prua, e subito la riconosce come quella di Revy; per una volta è tranquilla - lo è stata per tutto il giorno, Rock l’ha capito osservando i movimenti regolari delle sue dita mentre smontava impeccabilmente la pistola pezzo per pezzo, nonostante il rollio - perciò, almeno per quella notte, non teme di ritrovarsi una pallottola in fronte o un coltello puntato alla gola. «Non dormi.»
«Già» le risponde. Non ha bisogno di spiegarle nulla; non lavorano insieme da molto, ma Revy sa già quanto il suo sonno sia incompatibile con lo sciabordio del mare aperto. Si appoggia di fianco a lei, la schiena contro la parete ora gelida della nave; le porge il pacchetto di sigarette senza dir niente, e lei ne pesca una, ma la tiene stretta tra le dita senza fare altro.
Il cielo sopra di loro è limpido; la cappa d’umidità che li ha tormentati durante il giorno è stata spazzata via dal vento, rendendo visibile una miriade di costellazioni. Abituato da tutta la vita alla luminosità della metropoli notturna, quell’ammasso di stelle l’ha sempre intimidito, più che affascinato. Tokyo è fin troppo brava a nascondere le cose, ha pensato la prima volta.
«Le sai distinguere?» gli chiede Revy, ed è quando Rock si volta che scopre che lei lo stava guardando; dev’essere rimasto zitto più tempo del dovuto.
«No. Perché?»
«Sembri uno di quei tipi,» gli risponde, girando la sigaretta tra le dita. «I secchioni che si orientano con le stelle, o roba così.»
«Distinguo la luna dal resto solo perché è più grande. Tanto per darti un’idea.»
Revy sorride. «Sei senza speranza. In qualcosa ti batto, allora.»
kuruccha
Feb. 20th, 2016 02:35 pm (UTC)
«Stai dicendo che riesci a capirci qualcosa? In questo ammasso di puntini?»
«No» taglia corto lei, «Ma so dov’è il Grande Carro.»
La vede puntare la sigaretta verso il buio, come una bacchetta improvvisata, e poi gesticolare seguendo un percorso preciso. Rock non ha nemmeno la più pallida idea di quale sia la forma del Grande Carro, perciò finisce per guardare prima la sua mano e poi il suo volto concentrato, almeno fino a quando Revy non se ne accorge e s’imbroncia, lasciando cadere il braccio.
«Non che serva a granché,» taglia corto quindi.
«Dove l’hai imparato?» le chiede.
La vede scrollare le spalle. «In un libro. Una volta.»
«Mostramelo di nuovo» dice, rabbrividendo. «Ma prima descrivimi com’è fatto.»
«Come una padella» gli risponde, senza nemmeno aver bisogno di pensarci. «Con il manico curvo.»
«Una padella.»
«A ben pensarci forse è più una casseruola. È più profondo di una padella. Così» spiega, e si abbassa per tracciare con la punta della sigaretta un disegno invisibile sul metallo del pavimento.
Ci vuole un bel po’ prima che Rock riesca ad individuare la costellazione, così tanto che ha perfino il tempo di pensare che Revy quella sera gli sembra diversa, tranquilla almeno quanto lo è stata durante il giorno, più donna che uomo, più umana che macchina assassina.
«Mi piace, qui» commenta, buttando in acqua il mozzicone, e poco gli importa del freddo che oramai gli artiglia le dita.
«Piace anche a me» bisbiglia alla fine. La pietrina dell’accendino libera la sua scintilla, e la brace della sigaretta ormai consunta si accende contro il buio come una nuova stella fioca. «Qui di notte, in mezzo al mare. Perché attorno ho solo gente di cui mi fido.»
Rock non risponde; ha l’impressione che ogni sua parola sarebbe assolutamente superflua, e allo stesso tempo teme di innervosirla, e non vuole; non proprio ora che ha l’impressione di comprenderla un po’ di più. Quando con il dito teso traccia finalmente nell’aria il profilo del Grande Carro, Revy gli sorride.
«Bravo,» aggiunge, e Rock ne è felice, perché è una di quelle cose che nessuno gli diceva da un bel po’.
kuruccha
Feb. 20th, 2016 02:43 pm (UTC)
Prompt: Notte Bianca #22 | Sakamichi No Apollon, Sentarou battezza i figli di Kaoru.
Fandom: Jammin' Apollon / Sakamichi no Apollon
Titolo: I simply remember
Wordcount: 211
Avvertimenti: Spoiler! - Post finale del manga
Note: Io ci ho provato, oh. Si capisce che è tutta giocata sulla prima strofa della canzone? Sì? No? Nclpf.



L’acqua benedetta scivola giù dalla fronte del bambino, raccogliendosi in grosse gocce sulle sue guance, e poi ricade nel fonte come fosse la prima pioggia dell’estate - raindrops on roses, pensa Sentarou, e d’improvviso le grinze sulla pelle del neonato assumono un altro aspetto, una nuova declinazione. Lo sguardo gli corre alla propria mano - alla ciotola di porcellana bordata d’oro che ha appena usato per versare l’acqua - e subito la sua mente ritorna a quel pomeriggio di tanti anni prima, nel periodo dell’ultimo festival scolastico. La melodia improvvisata sui tasti del pianoforte nello scantinato dei Mukae si risveglia nei ricordi e il battesimo si colora della sfumatura ritmata delle bacchette sui piatti della batteria.
Sentarou sorride. Accarezza la testa del bambino - è bravo, non piange, è morbido, così morbido - e le sue dita sfiorano quelle di Ritsuko sopra la coperta di lana grossa; vede la sua espressione addolcirsi mentre lo guarda circondare con un braccio le spalle di Kaoru per stringerselo più vicino. La sintonia tra loro è sempre la stessa e lo capisce quando, pochi attimi dopo, Ritsuko comincia a canticchiare sottovoce. Kaoru tiene il tempo battendo piano la punta del piede e My favourite things, pensa Sentarou, e se lo ripete guardandoli, my favourite things.
kuruccha
Mar. 3rd, 2016 10:41 pm (UTC)
Prompt: Promontorio + Cambiamento
Fandom: One Piece
Titolo: Il canto
Wordcount: 788
Note: NCLPF, NON SO DAVVERO, PERDONATEMI



Lo capisce dal primo momento.
La nave degli Esseri Canterini è un puntino sulla linea tra sopra e sotto, tra mare e aria, poco più grande di un gabbiano posato sul pelo dell’acqua; la nave degli esseri canterini è distante, e la sensazione che gli impasta la lingua è la stessa di quando ha perso il suo branco – dell’attimo in cui si è ritrovato da solo, senza nessun’altra voce oltre alla sua a riecheggiare nell’aria.
La nave degli Esseri Canterini è distante, e solo allora se ne rende conto: se per prima è scomparsa la sagoma possente dei Grandi Esseri, ora se n’è andata anche quella allungata e sfuggente che ha seguito fino a lì. Nessuna figura lo sovrasta, non più.
Ma c’è la montagna.
Lo capisce dal primo momento.

Osserva la montagna e pensa che in fondo non sarà un Grande Essere, ma che è comunque grande quanto basta. Sente il vento che le passa accanto nei giorni di tempesta e pensa che in fondo non sarà un Essere Canterino, ma ha comunque un suo modo di farsi ascoltare. Lovoon parla e grida e canta, imitando quel che ricorda delle voci dei Grandi Esseri, quel che ha imparato delle melodie degli Esseri Canterini; la montagna rimane ferma, rigida e immobile ad ogni richiamo, e risponde col fruscio del vento e lo sciabordio delle onde che la percorrono.
In fondo, Lovoon non deve far altro che aspettare.
La montagna lo sovrasta, e sovrastandolo lo protegge, e Lovoon canta per lei.

Il cerchio caldo appare prima ogni mattino che passa, e con lui arriva anche l’Essere della Luce Notturna, e ad ogni apparire del cerchio l’essere diventa più piccolo – e ogni mattino lo guarda rimanendo lontano dall’acqua, in piedi su quella striscia solida contro cui battono le onde. A volte gli parla, ma Lovoon non lo capisce. Ci sono suoni di cui intuisce il senso, però; li ha imparati dagli Esseri Canterini. Il suo nome è uno di quelli.
Pure la montagna, che prima gli sembrava imponente almeno quanto uno dei Grandi Esseri, pare rimpicciolirsi con il passare del tempo. Il cerchio caldo sale sempre più presto da dietro la sua schiena e Lovoon ci mette un po’ a capire che è tutto collegato; le pietre che la tengono ferma sono più piccole e lontane, sì, ma è solo perché è lui stesso ad essere più grande, e i suoi occhi ad essersi fatti più distanti, e il suo corpo ad essere così grande che gli è impossibile nuotare verso l’acqua calda e calma della battigia.
Lovoon non è un Grande Essere; non è nemmeno un Essere della Luce Notturna, ma forse è una montagna, e la montagna è ciò che ha portato Lovoon e gli Esseri Canterini fino a lì.
L’idea gli piace.
kuruccha
Mar. 3rd, 2016 10:42 pm (UTC)
Arriva un tempo, però, in cui il ritmo del cerchio caldo si stabilizza e l’Essere della Luce Notturna smette di rimpicciolire. Lovoon tiene lo sguardo fisso sulla montagna e le parla, le chiede una spiegazione; grida per lei, ma la montagna risponde sempre allo stesso modo, con i suoi fruscii e lo sciabordio monotono della risacca, senza mai dargli risposta.
Lovoon pensa che forse non è affatto vero che è una montagna – non sarà mai grande come la montagna, e forse non sarà mai grande nemmeno quanto uno dei Grandi Esseri; ma non riuscirà neppure a diventare piccolo come l’Essere della Luce Notturna, e perciò cos’altro potrebbe diventare?
Gli tornano alla mente la melodia di quei giorni lontani, la sagoma allungata e sfuggente, il suono che emetteva scivolandogli accanto sulla superficie del mare. Lovoon canta, e pensa che forse allora sarà un Essere Canterino, e l’idea gli piace ancora di più.

Lo capisce da molte cose.
L’Essere della Luce Notturna si fa ogni giorno più lento e curvo; anche la montagna, a volte, sembra sfaldarsi sotto il peso della corrente. Loovon è in attesa e sente di essere l’unico a ricordarne ancora il senso.
Ricorda bene quel suono, l’ultimo che ha sentito dalla voce degli Esseri Canterini: ritorneremo. È per questo che, quando lo sente uscire dalla bocca dell’Essere della Luce Notturna, ne ha solamente la conferma: non ritorneranno. L’ha capito da molte altre cose, ben prima di allora.
Va dalla montagna, le racconta tutto, le parla; ma lo sciabordio è ancora meno rumoroso del solito, quel giorno, e perfino il fruscio del vento sembra rimanere muto ad ogni suo richiamo. Perciò grida, grida ancora, e continua a farlo anche mentre si accanisce contro la montagna – e contro i Grandi Esseri, e contro gli Esseri Canterini, e contro tutte le imponenti sagome di cui è rimasto prigioniero.
Non ha più voglia di cantare. Non canterà più.
Lo capisce dal primo momento.
kuruccha
Mar. 10th, 2016 10:23 pm (UTC)
Prompt: Sesta settimana | Esame: Leda | Citazione: "Non esiste niente al mondo di tanto grave da dover forzare qualcuno a saltare l’ora del tè." (Artémis d'Harlequin-Mauilly, regina di Harlequin)
Fandom: Aria (Kozue Amano)
Titolo: Zattere
Wordcount: 331




«Ah, questa?» dice Alicia, sollevando appena le labbra dal bordo decorato della tazzina di porcellana. Stampato in viso ha il suo solito sorriso gentile e un po’ ambiguo; come ogni volta, Akari non riesce a comprendere bene se la Senpai le stia semplicemente rispondendo o se, piuttosto, la stia prendendo in giro. «Beh, è solo acqua, no?»
Akari - le mani strette sulle cinghie ruvide dello zainetto, le suole degli stivali al sicuro sul terzo gradino della scala che porta verso il piano di sopra - rimane immobile mentre osserva la figura sottile di Alicia e quella ben più tozza del Direttore Aria, placidamente accomodati sopra il tavolo della cucina. Sono come naufraghi alla deriva nell’oceano o, meglio ancora, come gli inquilini di una palafitta in costruzione; inquilini particolarmente tranquilli, però, coi lembi della tovaglia ripiegati sulle ginocchia e totalmente circondati dall’acqua.
«Lo vedo» risponde Akari; è arrivata su Aqua da poco, e ancora non si è abituata a quelle stranezze. «Ma ha allagato tutto quanto.»
«Già» commenta Alicia, e di nuovo sorride. Il suo naso affonda nella tazza; il cucchiaino tintinna contro il piattino e l’eco del suono riverbera nella casa, sul pelo dell’acqua, correndo via chissà dove.
Akari apre la bocca, ma di nuovo rimane senza parole ancor prima di cominciare; non sa bene cosa dovrebbe dire o fare. La verità è che tutto ciò che le sale alle labbra è un sorriso, perché quello che la Senpai sta facendo è esattamente quello che anche lei avrebbe desiderato fare in un momento come quello. Abituata com'è alla vita in un mondo funzionale, quello spreco di tempo e risorse - quel danno all’ambiente abitativo, addirittura - profuma di possibilità come poco altro prima di allora.
«Akari» la chiama Alicia, recuperando dal vassoio la teiera e una tazza pulita. «Qui c’è ancora posto.»
Il direttore Aria si stringe contro la Senpai, liberando un angolo apposta per lei.
Akari sorride; annuisce, poi calcia lontano gli stivali. «Ed è proprio l’ora del tè.»

Edited at 2016-03-11 02:43 pm (UTC)
kuruccha
Mar. 13th, 2016 07:30 pm (UTC)
Prompt: Sesta settimana | Call of the descendant: Kormakr | Difesa
Fandom: Gintama (Movieverse)
Titolo: Il contraccolpo
Wordcount: 431
Avvertimenti: Movieverse; Vago seguito delle altre due movie!Okikagu che ho già scritto



Blocca il movimento del suo braccio afferrandola per il polso, e nonostante la forza del colpo riesce a rimanere immobile, ben piantato sui piedi; Kagura si libera dalla sua presa solo quando lui ha già estratto la spada dal fodero, ma il suo movimento è così veloce che la lama fende l’aria con un sibilo senza colpire altro che il vuoto. A poco serve che Sougo la ritiri in fretta verso di sé; un ginocchio di Kagura gli ha già colpito l’avambraccio, sbilanciando il suo movimento e rendendo più debole la sua presa, così la spada gli sfugge dalle dita e si pianta a terra poco distante da loro. Un ghigno gli sale alle labbra quando nota l’espressione decisa sul volto dell’avversaria; gli sono sempre piaciute le sfide.
«Sei disarmato» commenta lei, e nella sua voce prima atona c’è ora la traccia sottile di una provocazione che gli ricorda i vecchi tempi, quando lotte come quelle erano ancora all’ordine del giorno.
«Già» risponde quindi Sougo, stringendo il pugno e caricando il colpo, «Ma non sarà certo un problema.»
Qualcosa di nuovo le brilla in fondo agli occhi; l’ha stupita, ne è sicuro, ma lasciarle il tempo di abituarsi all’idea equivarrebbe a concederle un vantaggio. Non ha intenzione di perdere contro di lei, così parte di nuovo all’attacco.
Kagura si scosta quel tanto che le basta per evitare di essere colpita, conservando la forza invece di consumarla per fermarlo. Rompe la sua difesa rimanendogli vicina - come ha sempre fatto nei loro corpo-a-corpo, in fondo - e il compito le risulta ancor più facile ora che non c’è più una lama a mantenerla a distanza di sicurezza; è con una gomitata ben assestata che gli colpisce il torace, ma è lui ad averla vinta quando la stordisce con una testata, facendola vacillare all’indietro. La atterra tenendole le braccia bloccate con le ginocchia, e l’ombrello vola lontano, ben oltre la spada piantata a terra; Sougo tiene ferma Kagura intrappolandole i capelli sotto la mano, vicino al viso, morbidi contro l’asfalto ruvido.
«Sei disarmata» le fa eco, canzonatorio, e la vede digrignare i denti; probabilmente è passato un bel po’ dall’ultima volta che si è trovata schiena a terra, ma il suo scatto di rabbia dura poco, e dal viso elegante di quella donna riemerge la ragazzina di un tempo.
«Già» la sente replicare, e Sougo avverte distintamente i muscoli delle braccia di Kagura tendersi sotto la pressione delle sue gambe, «Ma non sarà certo un problema.»
Stringe più forte i suoi capelli tra le dita.
«Oh, lo vedremo» commenta, mentre la lotta ricomincia.

Edited at 2016-03-13 07:31 pm (UTC)
kuruccha
Mar. 13th, 2016 10:52 pm (UTC)
Prompt: Sesta settimana | ESAME DI FINE ANNO - MINTHE | Legno
Fandom: Gintama
Titolo: Futon
Wordcount: 602

Qualcosa scricchiola e i sensi di Tsukuyo, abituati da anni a non sottovalutare nemmeno il più insignificante dei suoni, tornano all’erta richiamandola dal sonno. Apre gli occhi nella penombra della stanza; lo fa piano, senza fretta, senza muovere nemmeno un muscolo, perché l’esperienza le ha insegnato che la calma è il modo migliore per passare del tutto inosservati.
La luminosità ovattata delle luci artificiali che proviene dall’esterno definisce chiaramente i contorni familiari della sua stanza; distingue il profilo netto del paravento e quello ben più confusionario del suo kimono abbandonato sui tatami, ancora aggrovigliato insieme a quello di Gintoki. D’improvviso ricorda, e parte della tensione accumulata nei suoi nervi tesi si scioglie.
Un altro suono richiama la sua attenzione; qualcosa è caduto per terra, qualcuno impreca, e Tsukuyo ascolta quel ciarlare fantasioso - non ha senso che lui si racconti intere storie per giustificarsi nel cuore della notte, davvero; eppure lo fa ogni singola volta, e per di più parlandosi in terza persona, come se si rivolgesse a qualcun altro - e sorride, ancora immobile nel futon, osservando le sue spalle nude che scompaiono sotto la stoffa nera della maglietta.
Si concede di rimanere a studiarlo per un po’, e poco le importa che lui non la sappia sveglia; sa che Gintoki dovrà andar via e sa di non poterlo fermare, perciò si accontenta della sua immagine come premio di consolazione. Lo guarda mentre si infila i pantaloni rimanendo seduto per fare meno fatica possibile; trattiene una risata quando lo sente iniziare l’ennesima conversazione con se stesso per via del grande errore dell’averli indossati a rovescio.
Lo osserva mentre, dopo essersi vestito, rimane seduto sui tatami ed esamina la stanza come se la vedesse per la prima volta - o l’ultima, magari, ed è per via di quel pensiero che alla fine si muove, allungando il braccio verso di lui sulla stoffa del futon.
«Sei sveglia» le dice subito; i tratti del suo viso si fanno più dolci mentre si lascia cadere di lato sulla superficie morbida delle coperte.
«Da un po’» risponde lei. «Devi già andare?»
Gintoki annuisce. «Ho poche alternative, se non voglio che Zura mi venga a riprendere di persona.»
«Preferirei evitare un altro incidente Elizabeth.»
«Non vorrei mai rivivere l’incidente Elizabeth.»
«Quei cartelli erano terribili.»
«Credimi, è andato avanti per giorni» aggiunge Gintoki, rigirandosi nel futon. Il legno del pavimento scricchiola di nuovo sotto la paglia compatta dei tatami, distraendolo dal discorso che stava facendo. «Perché fa rumore solo in questo punto?»
«Non ne ho idea.»
«È di certo una delle misure di sicurezza installate da Zura.»
«Non gli avrei mai lasciato mettere piede qui dentro.»
«Non puoi saperlo.»
«Posso eccome» protesta lei, allungando la mano verso di lui. Le sue dita corrono dalle guance ai capelli, soffermandosi giusto un attimo nell’accarezzarli. «E ti dico che non l’ha fatto.»
Gintoki indugia qualche secondo di troppo; dei passi echeggiano nel corridoio della casa, qualcuno bussa discretamente contro la cornice dei fusuma.
«Arrivo» risponde lui, e poi si rivolge a Tsukuyo. «Devo andare.»
Lei annuisce, poi rimane a guardarlo mentre recupera il kimono bianco e si allaccia alla cintura la spada di legno.
Rientra nel futon per salutarla - un palmo freddo contro la sua schiena nuda, l’altro dietro la nuca, in un abbraccio ancora impacciato, nonostante tutto.
«Sta’ attento» gli dice.
Gintoki muove la testa contro la sua spalla, annuendo piano. «Tornerò presto.»
Rimane immobile nel guardarlo uscire, ancora distesa nel futon, stampando negli occhi la sagoma della sua figura nella penombra. Le basterà fino a quando non lo vedrà rientrare.
Si rigira nel futon e chiude gli occhi.
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[Honey&Clover] Yamada Sunny
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